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bEnvenuti a bronte

biblioteca fondo antico

Posizionata al primo piano del Collegio c’è la storica Biblioteca Borbonica – Fondo Antico - che raccoglie un vasto patrimonio librario di cultura umanistica del XVII - XVIII secolo.

Composta di due camere con scaffali di legno costruiti nel 1830 su disegno di Don Carmelo Luca costituisce un prezioso archivio storico.

La biblioteca contiene più di 14 mila volumi di tipo scientifico, letterario, teologico e filosofico - tra questi, molti volumi avuti in dono dal Capizzi nel 1767, confiscati nelle biblioteche palermitane della Compagnia dei Gesuiti - che offrono preziose edizioni di grandissimo interesse, rendendo una evidente testimonianza del grado di importanza raggiunto nel tempo dal Collegio Capizzi come polo culturale di eccellenza.

Utile notare come uno degli scaffali sia dedicato a due illustri scrittori brontesi, omaggiati dalla presenza dei loro busti: Enrico Cimbali e Benedetto Radice.
La biblioteca conserva tutte le opere (nelle diverse edizioni) del filosofo brontese Nicola Spedalieri, autore del prezioso saggio “Dei Diritti dell’Uomo”.

Fra le opere di inestimabile valore giova citare un Aristotele del 1561, cinque grossi volumi su Aristotele pubblicati dal Didot; un raro dizionario del Calepino uscito nel 1571 dalla tipografia dei Manuzio; il Mercurio geografico, ovvero uno splendido atlante del 1692, con incisioni a bulino di Antonio Barbey colorate a mano; un volume in antica lingua orientale; una edizione fiorentina dell’Iliade del 1837, in due volumi; un trattato di astronomia del 1877; diverse opere di Goethe; una Divina Commedia arricchita di raffinate incisioni stampata a Venezia nel 1536 con commento di Cristoforo Landino (l’insigne umanista maestro di Angelo Poliziano).

Viene conservata una preziosa raccolta di carte della Vicaria Foranea di Bronte e di una Corte Spirituale operante in città nel corso del XVIII seco; il “Fondo De Luca”, ossia raccolte ordinate di giornali e riviste di eccezionale valore provenienti dall’archivio del Cardinale brontese Antonino Saverio De Luca; il “Fondo Cimbali”, ricco di carte manoscritte appartenute a Giuseppe Cimbali, filosofo, artista e burocrate.

Sono custodite anche raccolte minori di eruditi locali e preziosi manoscritti del filosofo Nicola Spedalieri, fra i quali 184 fogli in quarto, fittamente stesi dalla mano del filosofo con calligrafia minuta, contenenti un ciclo di sermoni quaresimali.

Vi si trova un numero cospicuo di classici latini e greci da Svetonio a Senofonte, Tacito, Lucrezio, Ovidio e Sallustio; e ancora, un Plutarco in traduzione latina del sec. XVI; la Storia Naturale di Plinio (Parigi, 1741); “La Historia d’Italia di M. Francesco Guicciardini Gentil’huomo fiorentino”, stampata a Venezia nel 1587; Una edizione ben conservata del Canzoniere di Petrarca, datata 1568.

Negli scaffali è conservata anche una copia del "Teatro Italiano" di Luigi Capuana (Palermo 1879) con dedica autografa dello scrittore: “alla biblioteca del Collegio di Bronte come piccola espiazione delle mie scapataggini di collegiale. Mineo, 7 Aprile 1872”. Il Capuana aveva studiato nel Collegio Capizzi negli anni 1853-54 avendo, fra gli altri, come professore Padre Gesualdo De Luca..

CENNI STORICI DEL FONDO ANTICO

La storia della Biblioteca si lega all’espulsione dalla Sicilia della Compagnia di Gesù.
Nel 1767, Bernardo Tanucci — politico e sostenitore del giurisdizionalismo settecentesco, oltre che della predominanza dell’interesse dello Stato su quello della Chiesa —, per ordine di Ferdinando III di Borbone, stilò il provvedimento di espulsione nei confronti dei Gesuiti.

I collegi e le case della Compagnia, in una notte di novembre del 1767, esattamente due ore dopo la mezzanotte, vennero circondate dalle truppe borboniche che, in un solo giorno, riuscirono a catturare i Gesuiti per poi inviarli nei luoghi per loro designati.
Vennero confiscati i loro beni mobili ed immobili: case, proprietà terriere e collegi.
I beni confiscati vennero venduti con il proposito di istituire, con il ricavato, le scuole pubbliche di Stato.

Dopo l’allontanamento dei Gesuiti, si intendeva inoltre sostituire il corpo dei docenti, costituito fino ad allora da personale religioso, con docenti laici.

In questa situazione, mentre molti cercavano di ottenere i beni demaniali appartenuti ai Gesuiti, Ignazio Capizzi, consapevole dell’importanza della diffusione della cultura, chiese che gli venissero donati i volumi custoditi nelle biblioteche dei Gesuiti site a Palermo.

Il 6 agosto 1778, a Palermo, con il notaio Tamaio, venne stipulato l’atto di donazione a favore del Collegio Capizzi: furono donati 715 libri.

In tal modo iniziarono ad arricchirsi le mensole della Biblioteca, collocata al primo piano del Collegio.

Gli scaffali in legno, costruiti nel 1830 su disegno di Don Carmelo Luca, colmi di libri, contengono circa 14 mila volumi di inestimabile valore.

Durante la seconda guerra mondiale il Real Collegio Capizzi venne convertito in ospedale militare di riserva e i libri, tolti dagli scaffali, furono posti nei magazzini sottostanti.

Grazie a questa accortezza, i volumi scamparono ai bombardamenti aerei, ma furono logorati da umidità e muffa.

La raccolta presente all’interno della Biblioteca, nel corso del tempo, si è arricchita sempre più grazie ad acquisti, lasciti e donazioni da parte di privati cittadini.

LIBRI ANTICHI

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Il fondo antico del Real Collegio Capizzi è uno scrigno che custodisce opere di illustri maestri, un archivio storico di inestimabile valore, unico a Bronte. La parola biblioteca deriva dal greco: βιβλίον (biblíon, “libro”) e θήκη (thḗkē, “scrigno”,“custodia”). Essa è quindi il luogo in cui vengono raccolte e custodite opere letterarie.

Si tratta di una raccolta di libri antichi, catalogati attraverso il metodo dello Staderini, cataloghi contenenti schede che riportano: il numero della stanza, la libreria di collocazione, il palchetto, la catena, le note specifiche del libro.

L’aggettivo “antico” non si riferisce solamente alla collocazione temporale, ma anche a un processo di cambiamento nelle tecniche utilizzate per la produzione del libro.

Il libro antico è quello prodotto manualmente, attraverso la stampa a caratteri mobili.
Convenzionalmente, si definisce tale il libro prodotto dagli anni quaranta del Quattrocento fino a quando, intorno al 1830, la sua produzione divenne un processo quasi esclusivamente meccanico.

Per ben quattro secoli, i libri furono stampati con procedimenti quasi inalterati, tali da consentire l’individuazione di caratteristiche omogenee.

Gli incunaboli sono i primi testi prodotti con caratteri mobili, dal 1440 circa sino al 1500.
Il termine deriva dal latino “in-cuna” (nella culla) e rappresenta il periodo iniziale dell’attività della stampa. L’ incunabolo più famoso è la Bibbia di Gutenberg.
I primi incunaboli avevano lo stesso aspetto dei manoscritti: i caratteri richiamavano la scrittura a mano; il testo era stampato a pagina piena o su due colonne; iniziarono ad apparire le prime immagini stampate.

Le cinquecentine sono libri stampati con la tecnica dei caratteri mobili nel periodo che va dal 1501 al 1600. I libri si caratterizzano per il frontespizio, sul quale vengono riportati a grandi lettere: il nome dell’autore, il dedicatario, il nome della casa editrice.

Con il passare del tempo, il frontespizio si arricchisce sempre di più e le informazioni tecniche vengono racchiuse all’interno di cornici xilografiche variamente decorate, che diventeranno vere e proprie incisioni a tutta pagina.

Si afferma inoltre la marca tipografica o filigrana: un segno, simbolo o stemma che non figura soltanto come elemento ornamentale, ma come autentico marchio di fabbrica.

Le seicentine sono le opere stampate tra il 1601 e il 1700. In questo periodo, in Europa aumenta il numero delle stamperie e si cominciano a stampare libri in lingua volgare, sebbene il latino resti la lingua della diplomazia, delle scienze e della filosofia.

Parallelamente alle esplorazioni geografiche e allo sviluppo della navigazione, vengono pubblicati grandi atlanti a colori. Uno di questi è conservato nella nostra Biblioteca Borbonica: un atlante del 1692, acquerellato a mano e impreziosito da incisioni a bulino.

Le settecentine sono le opere collocate tra il 1701 e il 1800. Il XVIII secolo rappresenta il momento in cui la stampa si afferma saldamente in tutta Europa, con un conseguente aumento della produzione e una forte espansione del pubblico.

In questo periodo cresce anche il numero delle donne dedite alla letteratura. Il XIX secolo è segnato dallo sviluppo tecnologico della tipografia e dalla conseguente nascita della vera e propria industria editoriale.

Convenzionalmente, tutti i libri stampati dopo il 1830 vengono definiti libri moderni.

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